Costruisco grate di spesso ferro alte metri e metri e sopra ci ergo a scudo matasse di filo spinato per lamentarmi di essere in prigione, di una prigionia in cui io stessa sono carceriera e succube al tempo stesso.
Solo io stessa posso liberarmi dalle catene che ho legato alle gambe e ai polsi, del collare che ho stretto al collo che mi stritola e mi soffoca usando la mia stessa forza: quando tiro lui si stringe stritolando la mia carotide, soffocando il mio respiro perché io glielo permetto e, di più, io glielo chiedo …vittima e rea del mio stesso delitto. Spettatrice silenziosa e rumorosa colpevole , consapevole del mio stesso martirio, con la Fame del mio stesso amore per me stessa , e dell’odio verso la stessa io.
Tagliare queste catene con una ganascia sarebbe la cosa più semplice , ma le catene scompaiono alla ganascia e la ganascia scompare alle catene, in un rincorrersi , inconscio e infinito, di irresponsabilità e corresponsabile colpa, che si nutre continuamente tenendosi sotto controllo con ulteriori catene. La punizione per tutto ciò che va saputo controllare perché si deve essere perfezione, ma non si può essere perfezione, in una rincorsa estrema verso l’enigma del sapere e dell’ambire , della coscienza e del desiderio, della realtà e dell’onirico, del sonno e della veglia, di essere e desiderare di essere, di fame e di vuoto, di controllo e di libertà.

